Forse è la volta buona. Soprattutto perchè cresce la fila dei sostenitori della detassazione del buono pasto. Non siamo più soli dunque nella campagna di sensiblizzazione sul tema: “Buono pasto a 5 euro? Non ci stiamo più!”, soprattutto dopo la conferenza voluta da Confcommercio dal titolo “Aumentare il valore esentasse del buono pasto”, svoltasi a Roma lo scorso 11 luglio.
La Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi) e l’Adoc (Associazione per la difesa ed orientamento dei consumatori) si sono unite in questa battaglia (per una volta esercenti e consumatori sono d’accordo!) chiedendo di aumentare il valore esentasse del buono pasto, fermo ormai da dodici anni. La proposta, è bene ribadirlo, è partita dal Ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta (il quale forse è rimasto colpito dalla nostra campagna), ma ha subito trovato l’ostacolo di Giulio Tremonti, Ministro dell’Economia, il quale è preoccupato per i conti pubblici di un’eventuale operazione come quella auspicata.
Eppure, Sandro Fertino, presidente dell’Associazione società emettitrici di buoni pasto (Ansab) spiega che “per portare il valore dei ticket a 7 euro basterebbero 31 milioni, non una spesa eccessiva. Certo, sarebbe un palliativo, perchè per aiutare i lavoratori bisognerebbe salire fino a 10 euro, ma sarebbe comunque un importante passo avanti”. Ricordiamo che in Spagna il valore esentasse del buono pasto è 9 euro, in Francia 7 e in Portogallo 6,70 condannando l’Italia ad essere fanalino di coda in questo campo.
Utile per il consumatore potrebbe essere, per l’Adoc, anche l’eliminazione della data di scadenza del buono pasto che ora è fissata al 31 dicembre dell’anno di emissione, ma la questione principale che si sta sollevando da più parti resta quella del valore detassato che allo stato attuale non permette di poter consumare un pasto che possa definirsi tale.
